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La comunicazione in tempo di crisi

Contattare una consulente di comunicazione in tempo di crisi è come cercare un ombrello quando si è già zuppi di pioggia. Meglio agire per tempo!

È successo con questo inizio 2020. Lo tsunami generato dalla pandemia lascerà segni indelebili nella nostra società. Ma ha anche creato un terreno fertile per ripensare il nostro sistema di vita, offrendo opportunità per una ripartenza all’insegna di nuovi paradigmi.

Le imprese si trovano oggi di fronte ad alcuni quesiti le cui risposte determineranno il loro futuro e quello delle comunità di appartenenza. Uno di essi è: comunicare o non comunicare? La domanda riguarda tutte, piccole o grandi. Senza scordare che il nostro Paese basa la propria economia sulla piccola e media impresa, ancora poco propensa a fare della comunicazione una scelta strategica per la sua crescita.

Durante e dopo una crisi epocale, la prima emergenza è la gestione della paura dettata da ciò che non è noto. Oggi non sappiamo cosa ci riserverà il futuro e non vediamo ancora tutti gli effetti economici e sociali post pandemia nel medio e lungo periodo. Possiamo solo immaginare degli scenari e fare appello alla nostra creatività. Per farlo abbiamo necessità di (ri)creare fiducia attraverso una comunicazione trasparente che tenga conto delle aspettative del nostro interlocutore.

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Diventa pertanto chiaro che scegliere di non comunicare implica una reazione diffidente da parte di tutti gli interlocutori dell’azienda, interni ed esterni. E qui entro in gioco io in qualità di consulente di comunicazione che, con una visione sistemica e integrata aiuto l’organizzazione a costruire una strategia per rafforzare le relazioni con i propri pubblici, prevenendo possibili rischi. Perché nel momento in cui scoppia una crisi occorre avere un piano, costruito in tempo di pace. Non averlo significa dover gestire un’amplificazione della crisi con tutti i rischi annessi e connessi, mettendo a dura prova l’esistenza dell’impresa. E una “lesione” della reputazione, quando non ha effetti “letali”, richiede una lunga cura.

Il primo passo che nella strategia post pandemia sarà quindi quello di “diagnosticare” lo “stato di salute” relazionale e organizzativo dell’impresa. In questa fase innesterò un’analisi interna ed esterna all’organizzazione. Partendo dall’interno, analizzerò con i vertici le possibili vulnerabilità: ad esempio un processo di produzione o di distribuzione parzialmente monitorato sul fronte della sicurezza, una forte esposizione al debito, possibili licenziamenti o sospensione dei pagamenti ai fornitori. Allo stesso tempo sarà fondamentale un’analisi molto attenta delle conseguenze generate dalla pandemia nell’ambiente esterno.

Quali le aspettative? Come cambiano le abitudini di consumo? Che peso avrà la sostenibilità ambientale? I dati aggregati mi aiuteranno a definire gli obiettivi, i pubblici, gli strumenti e le tempistiche comunicative. Tenendo presente tre driver: la trasparenza, la coerenza tra l’agito e il comunicato e il “prendersi cura” della relazione con il proprio interlocutore che, mai come oggi, ha bisogno di sincerità e umanità per tornare ad avere fiducia.